Il futuro delle banche non è nel piccolo mondo antico

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Il futuro delle banche non è nel piccolo mondo antico

Chissà se prima o poi qualcuno in Italia proporrà anche l’eliminazione per decreto della televisione a colori: non era più affascinante vedere Lascia o Raddoppia in bianco e nero rispetto a molti talent show trasmessi oggi in tv? C’è in giro nei palazzi della politica una gran voglia di ritorno al piccolo mondo antico degli anni ’50-’60. Un sovranismo autarchico che pare dilagare anche nella cabina di regia delle banche italiane. Da un lato il Consiglio di Stato che rinvia alla Corte di Giustizia europea la riforma delle banche popolari, di fatto bloccando sine die la trasformazione in società per azioni di alcuni istituti cooperativi. Dall’altro l’emendamento presentato ieri in Parlamento dalla Lega che, se approvato, stopperebbe la riforma delle Bcc per evitare la formazione di due o tre grandi gruppi bancari. Per non parlare dei progetti che circolano riservatamente nei palazzi ministeriali per tutelare l’italianità di una grande banca.

Si può capire che un Governo, soprattutto in una fase che si preannuncia difficile per l’economia reale, si preoccupi di evitare una colonizzazione estera delle banche italiane. Ma il ritorno all’antico, con la tutela dell’autonomia delle banche di paese o dei piccoli distretti, come si concilia con l’appartenenza dell’Italia a un sistema regolatorio europeo (Vigilanza Bce insieme a Banca d’Italia, direttive Ue sui salvataggi bancari) e internazionale (Basilea 4, principi contabili Ifrs9) cui tutti gli istituti di credito sono soggetti? La nuova regulation impone a tutti gli istituti, grandi e piccoli, di innalzare i requisiti di capitale per poter continuare a erogare prestiti a famiglie e piccole e medie imprese. E la competizione industriale richiede maxi-investimenti nel digital banking.

Davvero si pensa che piccole Bcc o istituti cooperativi riescano ad attrarre i capitali necessari a stare sul mercato in modo efficiente? Con l’entrata in vigore della direttiva Mifid2, l’era del collocamento bancario di obbligazioni o azioni a carico dei piccoli risparmiatori è destinata a tramontare. E visti i casi di irregolarità (o malversazioni) degli ultimi anni, è auspicabile che certi legami nefasti col territorio vengano superati.

Le Bcc e le piccole e medie popolari mantengano dunque intatto il loro business di finanziamento alle famiglie e alle Pmi, redditizio per loro e necessario al sostegno dell’economia reale dei vari distretti industriali. Ma lo facciano adeguandosi ai tempi: i crescenti capitali necessari allo sviluppo vanno trovati sul mercato, che investe se le banche sono efficienti. L’aggregazione dei piccoli istituti in grandi gruppi serve a questo. E ad evitare che eventuali salvataggi, nell’era del “bail in”, finiscano sulle spalle dello Stato alle prese con un debito pubblico crescente.

FONTE:http://Il Sole 24 ore

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